Ottobre 26, 2025

Approccio Multidisciplinare

Pensare trasversalmente per progettare responsabilmente

In un contesto globale sempre più interconnesso, complesso e instabile, il pensiero progettuale non può più permettersi di procedere in modo lineare, isolato o autoreferenziale. Le sfide che ci troviamo ad affrontare — dal cambiamento climatico alla transizione energetica, dalla giustizia sociale alla ridefinizione dei modelli economici — sono profondamente intrecciate tra loro. Nessun ambito, da solo, è più in grado di produrre soluzioni efficaci e durature. Per questo, oggi più che mai, l’approccio multidisciplinare non rappresenta una semplice scelta metodologica, ma una vera e propria necessità etica e professionale.

Affidarsi a una sola lente interpretativa, a un unico insieme di strumenti, a una disciplina chiusa in sé stessa significa spesso ridurre la complessità a una semplificazione forzata, che rischia di produrre risultati miopi, inefficaci o non sostenibili nel tempo. È per questo che nel mio lavoro quotidiano come ecodesigner e designer sistemico ho scelto, ormai da tempo, di adottare una prospettiva trasversale. Un approccio che integra competenze diverse, linguaggi differenti, punti di vista molteplici e, soprattutto, che si nutre della contaminazione tra discipline.

Progettare, per me, significa mettere in relazione. Non solo elementi progettuali, ma anche conoscenze, persone, esperienze, aspettative. Significa ascoltare voci diverse e lasciarsi mettere in discussione da esse. Significa riconoscere che ogni progetto si inserisce all’interno di un sistema più ampio, fatto di relazioni sociali, impatti ambientali, conseguenze economiche e implicazioni culturali.

L’approccio multidisciplinare, in questo senso, non si traduce semplicemente nel lavorare con altri professionisti. Piuttosto, implica una vera e propria apertura mentale: la disponibilità ad accogliere prospettive che non ci appartengono, a rimettere in discussione le nostre certezze, ad abbracciare la complessità senza timore. È un esercizio continuo di equilibrio tra profondità verticale e ampiezza orizzontale. Un progetto ben riuscito, a mio avviso, è quello capace di tenere insieme questi due livelli: la competenza tecnica e l’intelligenza relazionale, la precisione analitica e la visione sistemica.

Nel mio percorso professionale, questo approccio si concretizza in tanti modi. Quando progetto un servizio, un prodotto o un processo, non ragiono mai partendo da un’unica variabile. Mi chiedo sempre quali saranno le implicazioni ambientali, chi ne sarà coinvolto, quali bisogni espliciti e impliciti si celano dietro una richiesta, che tipo di trasformazione sociale o comportamentale potrebbe attivare una determinata scelta progettuale. È un lavoro che richiede tempo, ascolto, empatia, spirito critico e una buona dose di umiltà. Ma è proprio da questa complessità che emergono le soluzioni più significative.

Penso, ad esempio, a progetti in cui la progettazione ambientale si è intrecciata con quella sociale. Iniziative in cui la scelta di materiali riciclati ha comportato l’attivazione di filiere locali e circolari, restituendo valore economico a ciò che altrimenti sarebbe stato considerato scarto. O a interventi di rigenerazione urbana in cui il design non ha operato “sulla” città, ma “con” la città, coinvolgendo cittadini, istituzioni, imprese, enti del terzo settore e studenti. O ancora, a esperienze in cui la progettazione partecipata ha permesso di far emergere bisogni latenti, spesso invisibili nei processi tradizionali, ma fondamentali per garantire l’efficacia di una soluzione.

In questi casi, non si tratta solo di sommare competenze, ma di costruire visioni condivise. L’approccio multidisciplinare è efficace quando riesce a creare convergenze, non solo tra saperi tecnici, ma anche tra valori, obiettivi e sensibilità differenti. Quando diventa lo strumento per trasformare la complessità in opportunità, e non in ostacolo.

Siamo in un momento storico in cui ripensare il ruolo del design — e più in generale della progettazione — può essere la leva per il cambiamento sistemico. Per farlo è necessario un salto di scala culturale: passare da una logica settoriale a una logica integrata, capace di cogliere le interconnessioni tra fenomeni, discipline e attori sociali. Non possiamo più limitarci a risolvere problemi: dobbiamo imparare a porre le domande giuste, a immaginare scenari futuri desiderabili, a costruire soluzioni che non siano solo “funzionali”, ma anche giuste, inclusive, rigenerative.

La complessità non si aggira, si abita e per abitarla serve un pensiero progettuale aperto, dialogico, multidisciplinare. Serve il coraggio di uscire dai confini della propria disciplina, di collaborare in modo autentico, di mettersi in gioco in prima persona. Perché solo così possiamo costruire, insieme, un futuro che sia davvero sostenibile, sotto ogni punto di vista.

In questo articolo:
In un mondo sempre più complesso e interconnesso, il design non può più essere un atto solitario. Affrontare le sfide contemporanee — ambientali, sociali ed economiche — richiede un pensiero progettuale aperto, dialogico e multidisciplinare. Progettare, oggi, significa creare relazioni: tra persone, saperi e visioni diverse.
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